la Boavista ultramarathon

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www.boavistaultratrail.com

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai…“. Ci sono due motivi per andare all’inferno: per restarci e per visitarlo.

Ho preferito la seconda soluzione, scegliendo quarantadue sconosciuti come accompagnatori, anche loro malati di sfide impossibili, quelle da affrontare sapendo di andare oltre i propri limiti, mettendo sotto pressione cuore, gambe, muscoli, la mente che ti ordina di non fermarti nonostante tutto ti faccia male, tutto appare insopportabile.

La mia corsa della vita l’ho fatta a Boavista, isola dell’arcipelago di Capo Verde, ad ovest dell’Africa, a un tiro di schioppo dal Senegal. Un paradiso per turisti, un inferno per chi come me ha dovuto affrontare una delle corse più massacranti al mondo, almeno dal mio punto di vista: la Boavista ultramarathon. Centocinquanta chilometri non stop corsi portandosi dietro lo zaino con almeno 4 mila calorie di mangiare, sacco a pelo, materiale di sopravvivenza, luci per la notte. Otto chili che mi hanno avvicinato, e fatto amare ancor di più, il giovanile asino di campagna di mio nonno Nino. Sono andato oltre i miei limiti, sfidando l’età, i capelli bianchi e quella voglia di morire vecchio, ma ancora giovane che mi accompagna da quando ho svoltato il mezzo del cammin di nostra vita. Stavolta ci sono andato vicino, trovandomi coinvolto per merito dell’entusiasmo di Francesca Nardi, maratoneta di Vittorio Veneto che la Boavista l’ha vinta e che dell’isola africana ne è innamorata vera. L’avremmo dovuta fare insieme, ma i postumi di un infortunio l’hanno bloccata. Così mi sono trovato da solo, sperduto attraverso dune e terreno sabbioso, piste in terra battuta, ghiaia da calpestare in fiumi secchi, di sabbia infinita, pietraie, piste rocciose, saline, pavè, montagne, con la notte ad angosciarti, con il vento che ti spazza la faccia cucinata dal sole che di giorno tocca i 36 gradi. Un inferno bello e impossibile, una battaglia che è durata oltre 38 ore, non dormendo per due giorni, fermandomi solo per bere, mangiando saltellando sui sassi, perdendomi due volte, infilandomi in cespugli di rovi, arrampicandomi in gole e canyon, rischiando di morire disidratato, squarciando le gambe, riducendo i piedi in grovigli di vesciche fino a trasformare il colore delle unghie in rosso scuro, presagio del definitivo abbandono. Molti dei miei fratelli di sofferenza hanno lasciato.

Il dottor Mario Iapicca di Bergamo, capo dell’equipe medica, si è sbizzarrito svuotando le riserve di flebo, antinausea, antivomito, antidolorifici e antinfiammatori, rattoppando di tutto, corpo e anima di chi è stato costretto a mollare. Ferite inferte alla carne, più profonde quelle subìte nell’anima dei 25 che si sono ritirati, lasciando diciotto miracolati sopravvissuti. Una impresa indimenticabile che ho condiviso nell’ultima parte di gara con Luigi Balliano e Flavio Massa. Non ci eravamo mai visti prima, reciprocamente ci resteremo nel cuore. Restando soli con la propria anima per quasi due giorni s’impara molto: ad ascoltare il proprio corpo, le proprie sensazioni, la mente che ti parla come mai l’ha fatto. Non correrò mai più la Boavista ultramarathon. E’ troppo per me e il miracolo raramente si ripete due volte. Però resterà per sempre sulla mia pelle, come i colori dell’isola, il sudore che ti scende bagnando le labbra, il pianto represso, quella voglia di parlare a chi ami, arrivando a commuoverti perchè c’è chi dall’alto ti spinge, perchè anche se sai che avrebbe voglia di averti di nuovo accanto a lui, aspetta pazientemente. Qui, ho ancora molto da fare. Il paradiso può attendere.

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Giornalista e ultramaratoneta, tesserato Assindustria Sport Padova, ha iniziato a correre nel 2004 portando a termine la sua prima maratona, ad Atene. Da allora ha partecipato e concluso altre quindici maratone tra le più importanti al mondo (tra le altre New York, Londra, Berlino, Stoccolma, Roma, Venezia, Firenze, Trieste, Treviso), due 100 chilometri a tappe (deserto del Sahara e Magraid), una 150 chilometri non stop (la splendida Boavista Ultramarathon in totale sussistenza alimentare), rappresentando l'Italia ai Mondiali Master di Riccione 2007 (maratona e 8 km cross), Clermont 2008 in Francia (mezza maratona) e Lathi 2009 in Finlandia (1500 su pista e maratona). Premiato dal Coni Veneto come Atleta Master dell'anno 2009 per l'atletica. E' stato tedoforo alle Olimpiadi di Torino 2006.